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Parlare di Musica Africana e cercare di circoscriverla in base ad una definizione comune è un operazione abbastanza complessa. La Musica Africana è il riflesso di un intero continente. Un continente vastissimo in cui convivono tantissimi popoli e tantissime culture. Questa cultura diversificata e frammentata non si manifesta solo nella musica africana, ma in tutte le forme d’arte. Di sicuro l’elemento comune, che lega la diversificazione di stili e generi musicali dell’Africa, è il ritmo. Il Ritmo ha un ruolo fondamentale in tutte le musiche del mondo. Ma se guardiamo con occhio più attendo il “Continente Nero”, ci rendiamo conto che il ritmo africano assume un forte significato. Un significato più profondo, strettamente legato a valori sia religiosi che sociali. La Musica Africana infatti ha origine negli antichi rituali, in cui la musica tribale fatta di canti e ritmi, incontrava l’ armonia della danza.

Il Ritmo Africano

Quando ci chiediamo che cosa sia il ritmo africano siamo di fronte ad un bivio. Un bivio davanti al quale si aprono molteplici strade. Ogni popolo ha il suo ritmo ed ogni contesto in cui viene prodotta musica africana ha i propri timbri e le proprie sonorità, a seconda degli strumenti africani utilizzati. Nonostante tutto la poliritmia è una caratteristica comune e costante a tutte le varianti musicali. Infatti i musicisti africani, soprattutto i percussionisti, sono in grado di sviluppare diverse figurazioni ritmiche. Questi ritmi vengono suonati in maniera costante ed uniforme, si sovrappongono ma non entrano mai in contrasto, convivono quindi coesistono. La poliritmia quindi è al centro di tutte le canzoni africane.

Musica tribale: le origini della musica africana

Almeno una volta nella vita ti sarai imbattuto nel termine musica tribale. Purtroppo questo concetto oggi vive attraverso un significato distorto. Basta aprire qualsiasi motore di ricerca e digitare “Musica Tribale”. Tutti i risultati in prima pagina ti mostreranno video oppure blog in cui il termine, viene associato alla musica elettronica oppure al genere House. In realtà la musica tribale altro non è che la musica suonata, cantata e danzata dalle tribù africane. Se ci rifletti un attimo, la musica tribale rispecchia tutte le etnie che popolano uno dei continenti più antichi e grandi del mondo. Ma qui entriamo nel concetto di musica etnica africana e il discorso si complicherebbe ancora di più. Ma se restiamo nell’ambito concettuale della musica tribale, possiamo dire che questa è fortemente legata alle tradizioni sociali e religiose di ogni tribù o etnia africana. La musica tribale è composta dal canto e dalla danza. I canti africani e le danze popolari si fondono a tal punto, che alcune parole possono avere un significato che accomuna entrambe le arti. Ad esempio il termine “ngoma” in lingua Bantu può essere tradotto con i termini: tamburo, danza, danza religiosa, danza celebrativa o semplicemente musica. Alla cultura africana infatti è estraneo il fenomeno dei due concetti di danza e musica. In Africa la danza popolare e la musica africana hanno  un rapporto molto stretto ed esprimono lo stesso concetto

Delineato il quadro generale della musica africana, possiamo ora comprendere come questa abbia influenzato generi ben più epocali come il jazz.

L’africa e il jazz: cenni storici

Parlare di Jazz in Africa significa ripercorrere migliaia di chilometri, andata e ritorno, dal Continente Nero al Nuovo Mondo.

Durante il periodo più buio dello schiavismo (1780-1850) più di un milione di africani  furono catturati, portati alla Maison des Esclaves sull’isola di Gorée sita a circa 3 km al largo di Dakar, ammassati nelle stive delle navi  e spediti nelle Americhe, senza il benché minimo rispetto  della loro appartenenza al genere umano.

Dalle canzoni africane al blues passando per il gospel e gli spirituals

Tra questi, molti poeti, cantanti e musicisti africani, griot, percussionisti, suonatori di  kora, djelidjembé: gli schiavi portarono con loro canti di lavoro (Work song) e musiche rituali, che insieme rappresentavano la generalità delle canzoni africane. Nel corso degli anni dal violento incontro con la chiesa (agli schiavi fu proibito di conversare nella propria lingua e fu imposto il cristianesimo) i canti divennero spirituals e gospels. Quando iniziò l’abolizione dello schiavismo queste persone non trovarono i loro strumenti africani, piuttosto erano disponibili quelli occidentali quali pianoforte, chitarra, clarinetto, sassofono, tromba.

Blues e le evoluzioni stilistiche del Jazz

Da qui nacque il blues, forma musicale intrisa delle pentatoniche, scale incise nel nostro codice genetico, sviluppatosi successivamente in tutte le nuove forme di musica ascoltabili da allora fino ai giorni nostri: stride piano, dixieland, swing, bebop, hardbop, cooljazz, free jazz, R&B, funky, fusion, acid jazz, pop, rock, rap per nominare in ordine temporale le più indicative.

Il Ritorno dei jazzisti all’ Africa

A quel punto c’è stata una contro-migrazione culturale che, in particolare dal dopoguerra alla fine degli anni 70, ha portato numerosi musicisti afro-americani a ricercare le proprie radici sonore nella musica Africana, trasferendosi più volte nel continente nero, per impregnarsi della musica tradizionale nella Culla dell’Umanità. Tra questi: Duke Ellington, Art Ensemble of Chicago, Tony Scott, Max Roach ma anche Bob Marley.

L’incontro con questi jazzisti rappresenta un momento cruciale per tutta la musica Africana, che tramite i suoi musicisti, ha risposto in maniera molto reattiva. Quello fu il momento in cui le musiche Africane divennero parte della World Music e dello scenario Jazz mondiale. Fela Kuti, Mulatu Astatke, Ibrahim Abdullah, Bheki Mseleku, Hugh Masekela, la famiglia Sissoko, solo per nominare i più rappresentativi.

L’africa e il modern jazz

Alcuni di questi musicisti Africani svolgono ancora una ricca attività musicale e canora. Ma soprattutto abbiamo anche un ricco fermento nelle città più grandi e moderne.

Dalla città di Badagry, Lagos (Nigeria) proviene Jo Kunnuji, trombettista e compositore/arrangiatore. Nonostante la sua giovane età, il musicista è una delle figure portanti del Jazz Africano. Infatti con la sua Jo Kunnuji Experiment ha ultimamente rielaborato le canzoni tipiche delle chiese in Lagos, trasformandole in composizioni musicali piene di energia, con numerosi passaggi puramente jazz, che non nascondono mai la loro origine africana. Un esempio di tutto ciò è nella sua versione di “Sounds from my Childhood”.

Da Cape Town provengono Tino Europa, Alvin e Erroll Dial, figli spirituali e musicali dei già nominati  Ibrahim Abdullah, Bheki Mseleku.

Per quanto concerne l’ambito prettamente World Music, va segnalato senz’altro il trio di marimbe con percussioni e fiati degli “Abavuki”, i quali eseguono musiche pop, tradizionali e originali in perfetto stile africano, con ritmi sovrapposti e canti corali che si susseguono al ritmo di djembé e campanacci, dando una sensazione ipnotica per la quale è impossibile non muoversi.

Il Jazz in Africa è pronto per proiettarsi nel nostro mondo, e chi di qua sarà pronto, verrà a sua volta proiettato in avanti e contemporaneamente in basso verso le nostre comuni radici.